La mia morà

11 febbraio 2010

Morà in ebraico vuol dire maestra, e morè vuol dire maestro. Alle elementari noi chiamavamo così le nostre maestre e i nostri maestri: morà e morè.

Quando frequentavo la terza elementare venimmo a sapere che dall’anno successivo la preside della scuola sarebbe diventata la nostra morà, e la cosa ci lasciò piuttosto intimoriti.

Ed infatti quella che diventò la mia morà della quarta e quinta elementare non fu affatto dolce. Anzi, era spigolosa nell’aspetto e nel carattere. Non riesco a ricordare neanche una volta in cui abbia avuto con noi quei classici gesti d’affetto che di solito si hanno con i bambini – che so, dare o chiedere un bacio, dare un abbraccio – mentre ricordo diverse occasioni in cui ci ha rimproverato in modo piuttosto ruvido.

La mia morà della quarta e della quinta elementare ci ha insegnato con la diligenza e l’inflessibilità dei maestri di un tempo le cose che insegnavano i maestri d’un tempo. Nessun gioco, nessun ingentilimento. Tabelline su tabelline, pagine e pagine di coniugazione di verbi, analisi grammaticale, logica e del periodo, fiumi, mari, laghi, monti, capitali e confini, poesie di Foscolo e di Pascoli a memoria.

La mia morà della quarta e della quinta elementare ci raccontava anche di quello che era successo a lei e a quelli della sua generazione durante la guerra. Delle persecuzioni, delle fughe e delle ricerche di nascondigli, delle catture, delle deportazioni, dei forni crematori. E ai genitori che si lamentavano perchè i loro bambini venivano terorizzati da queste storie rispondeva: pensate a quanto si terrorizzavano quelli che queste storie le hanno vissute.

La mia morà della quarta e della quinta elementare ci diceva che nulla va mai dato per scontato, e che sarebbe stato compito nostro vigilare perchè tutto non si ripeta.

La mia morà della quarta e quinta elementare è stata una delle pochissime persone che io ricordo come un’insegnante. Una morà, appunto.

Annunci