Chiamatelo piuttosto “cucina abitabile”

5 settembre 2011

Non so se capita anche in altre città, ma a Trieste la Piazza Unità d’Italia e zone limitrofe (per gli amici semplicemente “Piazza Unità”) è costantemente definita sulla stampa locale (che poi sarebbe un solo quotidiano: Il Piccolo) “il salotto buono”. Ma sul serio. Quando si esegue una manutenzione è un intervento sul salotto buono; i politici locali sono costantemente preoccupati di valorizzare il salotto buono; gli onesti e solerti cittadini scrivono indignati al giornale quando il salotto buono viene secondo loro maltrattato.

Devo ricorrere a degli antiemetici ogni volta che lo leggo, ma questo potrebbe essere solo un mio problema.

Vorrei però fare alcune considerazioni, indirizzate a voi, cari amici che scrivete sul Piccolo (sì, anche a voi semplici lettori che scrivete alla pagina delle segnalazioni, non solo ai giornalisti).

Salotto buono è un’espressione che dice di Trieste molto di più, e probabilmente molto altro, di quello che vorreste voi.

Il salotto buono esiste innanzitutto solo nelle case della gente nata prima del 1930. Insomma, gente piena di esperienza e di saggezza, ma anche che – senza nessuna connotazione negativa – può tranquillamente essere definita “vecchia”. Nelle case moderne è già tanto se esiste un salotto, figuriamoci un salotto buono.

Poi, il salotto buono è qualcosa che esisteva nelle case della piccola borghesia che voleva emulare i più facoltosi signori (con le loro residenze piene di mille sale e saloni) senza tuttavia averne i mezzi. Per un ricco non esisteva nessun salotto buono: esistevano la sala da pranzo, il salotto cinese, la sala del tè, il salone del biliardo, la sala da ballo ecc., tutti ambienti costantemente tirati a lucido dalla servitù. Il salotto buono dei piccoli borghesi era invece una stanza sempre chiusa, rigorosamente vietata all’uso di tutti i giorni e destinata solo agli ospiti di riguardo all’arrivo dei quali il salotto buono si schiudeva benevolo e venivano invece barricate le altre stanze meno prestigiose.

Nel salotto buono i bambini non entrano; gli adulti entrano solo e soltanto con le pattine ai piedi; sui tavolini ci sono centrini bianchi e soprammobili di finissima porcellana che raffigurano contadinelle con cesti di fiori; le tende sono di raso pesante perché la luce non rovini le tappezzerie; dal lampadario e dalle applique pendono gocce di cristallo e sul pavimento si stendono gli unici tappeti persiani della casa; non sono ammessi rumori che non siano leggeri tintinnii o ovattati fruscii perché né gli oggetti né le persone del salotto buono sopporterebbero volumi eccessivi.

E’ questo quello che siamo? Una città di vecchi ottantenni intenti a spolverare con il piumino la teiera di Limoges riposta nella vetrinetta? (con tutto il rispetto per i vecchi ottantenni che spolverano teiere e stoviglie varie).

Togliamo un po’ di polvere dalle nostre teste, tanto per cominciare, e vediamo se qualcosa cambia in meglio.

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