Il D.L. 54/2010 spiegato

7 marzo 2010

Questo è il Decreto-Legge 5 marzo 2010 n. 29, intitolato “Interpretazione autentica di disposizioni del procedimento elettorale e relativa disciplina di attuazione” pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 54 del 6.3.2010.

VERSIONE LUNGA (per chi ha voglia di leggere e capire un po’ meglio)

Ecco il testo del decreto-legge:

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione;
Vista la legge 17 febbraio 1968, n. 108;
Ritenuta la straordinaria necessita’ e urgenza di consentire il
corretto svolgimento delle consultazioni elettorali per il rinnovo
degli organi delle Regioni a statuto ordinario fissate per il 28 e 29
marzo 2010 tramite interpretazione autentica degli articoli 9 e 10
della legge 17 febbraio 1968, n. 108, e dell’articolo 21 del decreto
del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, assicurando
il favor electionis secondo i principi di cui agli articoli 1 e 48
della Costituzione;
Ritenuto che tale interpretazione autentica e’ finalizzata a
favorire la piu’ ampia corrispondenza delle norme alla volonta’ del
cittadino elettore, per rendere effettivo l’esercizio del diritto
politico di elettorato attivo e passivo, nel rispetto
costituzionalmente dovuto per il favore nei confronti della
espressione della volonta’ popolare;
Ravvisata l’esigenza di assicurare l’esercizio dei diritti di
elettorato attivo e passivo costituzionalmente tutelati a garanzia
dei fondamentali valori di coesione sociale, presupposto di un sereno
e pieno svolgimento delle competizioni elettorali;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella
riunione del 5 marzo 2010;
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del
Ministro dell’interno;

Emana
il seguente decreto-legge:

Art. 1

Interpretazione autentica degli articoli 9 e 10 della legge 17
febbraio 1968, n. 108

1. Il primo comma dell’articolo 9 della legge 17 febbraio 1968, n.
108, si interpreta nel senso che il rispetto dei termini orari di
presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli
stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti
della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali
del Tribunale. La presenza entro il termine di legge nei locali del
Tribunale dei delegati puo’ essere provata con ogni mezzo idoneo.
2. Il terzo comma dell’articolo 9 della legge 17 febbraio 1968, n.
108, si interpreta nel senso che le firme si considerano valide anche
se l’autenticazione non risulti corredata da tutti gli elementi
richiesti dall’articolo 21, comma 2, ultima parte, del decreto del
Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, purche’ tali
dati siano comunque desumibili in modo univoco da altri elementi
presenti nella documentazione prodotta. In particolare, la
regolarita’ della autenticazione delle firme non e’ comunque
inficiata dalla presenza di una irregolarita’ meramente formale quale
la mancanza o la non leggibilita’ del timbro della autorita’
autenticante, dell’indicazione del luogo di autenticazione, nonche’
dell’indicazione della qualificazione dell’autorita’ autenticante,
purche’ autorizzata.
3. Il quinto comma dell’articolo 10 della legge 17 febbraio 1968,
n. 108, si interpreta nel senso che le decisioni di ammissione di
liste di candidati o di singoli candidati da parte dell’Ufficio
centrale regionale sono definitive, non revocabili o modificabili
dallo stesso Ufficio. Contro le decisioni di ammissione puo’ essere
proposto esclusivamente ricorso al Giudice amministrativo soltanto da
chi vi abbia interesse. Contro le decisioni di eliminazione di liste
di candidati oppure di singoli candidati e’ ammesso ricorso all’
Ufficio centrale regionale, che puo’ essere presentato, entro
ventiquattro ore dalla comunicazione, soltanto dai delegati della
lista alla quale la decisione si riferisce. Avverso la decisione
dell’Ufficio centrale regionale e’ ammesso immediatamente ricorso al
Giudice amministrativo.
4. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alle
operazioni e ad ogni altra attivita’ relative alle elezioni
regionali, in corso alla data di entrata in vigore del presente
decreto. Per le medesime elezioni regionali i delegati che si siano
trovati nelle condizioni di cui al comma 1 possono effettuare la
presentazione delle liste dalle ore otto alle ore venti del primo
giorno non festivo successivo a quello di entrata in vigore del
presente decreto.

Vediamo di capire cosa dice.

Il primo comma “interpreta” l’art. 9 comma 1 legge 108/1968, che dice “Le liste dei candidati per ogni collegio devono essere presentate alla cancelleria del tribunale di cui al primo comma dell’articolo precedente dalle ore 8 del trentesimo giorno alle ore 12 del ventinovesimo giorno antecedenti quelli della votazione…”

Per chi non fosse mai entrato in un tribunale: in un tribunale, nel senso dell’edificio, ci sono cancellerie, uffici amministrativi, stanze degli ufficiali giudiziari, a volte le sedi degli ordini degli avvocati locali, aule d’udienza, archivi, ecc. Insomma, un sacco di porte diverse, in cui si trovano a volte enti diversi. Le cancellerie sono uffici ben specifici. Per capirci: la cancelleria del Tribunale, o quella della Corte d’Appello, sono determinate stanze dell’edificio. “Presentare le liste alla cancelleria del tribunale” significa depositare le liste in quella stanza. Entrare, dire al cancelliere “buongiorno, sono qui, ecco le liste e la documentazione allegata, per favore mi faccia il verbale di ricezione e specifichi bene il giorno e l’ora che sa, non vorrei contestazioni, ecco, me ne dia una copia, grazie e arrivederci”. Non è che ci sia molto da interpretare. Se, per dire, io devo depositare una memoria entro un dato giorno, e arrivo in tribunale mezz’ora dopo l’orario di chiusura della cancelleria, nel tribunale, inteso come palazzo, mi ci fanno anche entrare, ma in cancelleria no e perdo il termine. Idem se ero all’interno dell’edificio già da prima ma in cancelleria non ci sono andato in tempo.

Bene.

Secondo il decreto-legge, per “presentare le liste alla cancelleria del tribunale” si deve intendere “aver fatto ingresso nei locali del tribunale muniti della documentazione prescritta”. Cioè la cancelleria si estende virtualmente fino alla soglia del tribunale. E “presentare” significa “essere entrati nell’edificio in cui si trova l’ufficio dove si dovrà presentare” E se i delegati, entrati in tribunale entro le 12 dell’ultimo giorno utile, si soffermano per cinque ore nell’atrio o nei bagni del tribunale con la documentazione prescritta prima di entrare in cancelleria? Sono a posto, perchè avevano “fatto ingresso nei locali del tribunale” entro il termine. Vallo poi a spiegare ai cancellieri che devono riaprire l’ufficio, ma la legge è legge (anzi, il decreto-legge è decreto-legge). Ok, ma chi mi dice che i delegati sono entrati effettivamente prima delle 12, visto che gli ingressi in tribunale non vengono registrati? E chi mi dice che, ammesso che siano arrivati in tempo, al loro ingresso cinque ore prima del deposito effettivo i delegati avessero effettivamente la documentazione prescritta? Ah beh, loro lo possono provare con qualsiasi mezzo, lo dice il decreto-legge. E chi può mai sapere a che ora un delegato ha fatto ingresso nei locali del tribunale e che documenti portava con sè? Direi che lo può sapere solo un accompagnatore del delegato stesso. Un testimone certamente disinteressato. Ok, ma se un delegato entra in tribunale, chessò, alle 9 di mattina dell’ultimo giorno e poi se ne esce e torna indietro dopo le 12? Che non sai leggere? Il decreto-legge dice “il rispetto dei termini orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale”. Aveva fatto ingresso? Sì. E allora non rompere: il termine è rispettato. E poi, comunque, basta che ripresenti tutto entro il nuovo termine del comma 4 (vedi sotto) ed è comunque tutto a posto.

Passiamo al comma 2 del decreto-legge che interpreta l’art. 9 comma 3 della legge 108/1968 che dice: “La firma degli elettori deve avvenire su apposito modulo recante il contrassegno di lista, il nome e cognome, il luogo e la data di nascita dei candidati, nonché il nome, cognome, luogo e data di nascita del sottoscrittore e deve essere autenticata da uno dei soggetti di cui all’art. 14 della L. 21 marzo 1990, n. 53; deve essere indicato il comune nelle cui liste l’elettore dichiara di essere iscritto”. L’art. 14 della L. 21 marzo 1990, n. 53 stabilisce chi può autenticare le firme (dai notai ai giudici di pace ai cancellieri giù giù fino ai funzionari incaricati dal sindaco) e come. Per quanto riguarda il come, l’autenticazione deve essere redatta di seguito alla sottoscrizione e consiste nell’attestazione che la sottoscrizione stessa è stata apposta in presenza del pubblico ufficiale, previo accertamento dell’identità della persona che sottoscrive; il pubblico ufficiale che autentica deve inoltre indicare le modalità di identificazione, la data e il luogo della autenticazione, il proprio nome e cognome, la qualifica rivestita, nonchè apporre la propria firma ed il timbro dell’ufficio (art. 20 l. 15/1968). Anche qui non c’è molto da interpretare, il procedimento è piuttosto chiaro. Peraltro ci sono diverse sentenze che hanno stabilito che non si tratta di mere formalità ma di requisiti sostanziali di validità della presentazione della lista (Consiglio Stato, sez. V, 18 giugno 2001, n. 3212: “Nelle operazioni di presentazione delle liste di candidati, l’autenticazione è requisito prescritto ad substantiam, per garantire la certezza della provenienza della presentazione da parte di chi figura aver sottoscritto la lista; è pertanto invalida la sottoscrizione che non sia supportata da un’autenticazione completa.” ; conformi Consiglio Stato, sez. V, 22 febbraio 2001, n. 1008; T.A.R. Abruzzo Pescara, 5 novembre 1993, n. 537). Non mi risulta che ci siano sentenze contrarie.

Bene.

In base al decreto-legge, tutta la procedura è da interpretarsi nel senso che l’autenticazione è valida anche se non ha gli elementi previsti dalla legge ma questi “risultano dalla documentazione”, e che comunque non servono timbro, luogo e qualifica. Quindi va bene anche se un funzionario comunale scrive “Io Pinco Pallino attesto che tutte le seguenti cinquanta firme sono autentiche perchè ero presente e ho controllato le carte di identità giovedì scorso” e firma con uno scarabocchio. Senza timbro, senza luogo, senza qualifica, che, anche se sono previsti dalla legge, in realtà sono solo uno scherzo del legislatore, una burla per far perdere tempo a quelli pignoli.

Passiamo al comma 3 del decreto-legge che “interpreta” l’art. 10 comma 5 della legge 108/1968 che dice: “Contro le decisioni di eliminazione di liste o di candidati, i delegati di lista possono, entro 24 ore dalla comunicazione, ricorrere all’Ufficio centrale regionale”. Anche qui, poco spazio alla fantasia.

L’interpretazione che ne dà il decreto-legge è a prima vista strana. Il decreto-legge sembra infatti dire che la norma va interpretata nel senso che i ricorsi contro le decisioni di ammissione delle liste possono essere presentati solo al TAR. Ma in che senso? La norma interpretata non si riferisce ai ricorsi contro le decisioni di esclusione? Cosa c’entrano le decisioni di ammissione? Qui non ci giurerei e vado ad intuito, ma ho il forte sospetto che ai fini del ricorso al TAR promosso dalla lista di Formigoni siano moooooolto utili le parole “le decisioni di ammissione di liste di candidati o di singoli candidati da parte dell’Ufficio centrale regionale sono definitive, non revocabili o modificabili dallo stesso Ufficio”.

Qui va fatta una precisazione. Esiste un potere generale e indiscusso della Pubblica Amministrazione che viene definito come di “autotutela”. Autotutela significa che la Pubblica Amministrazione, se appura di aver adottato un provvedimento illegittimo, ha il potere di revocarlo senza attendere che sia un giudice a ordinarglielo. Questo, perchè scopo della P.A. è di perseguire l’interesse pubblico, e l’interesse pubblico è certamente meglio tutelato se si toglie di mezzo un provvedimento illegittimo o viziato e lo si sostituisce con uno legittimo in modo rapido e poco costoso. Il potere di autotutela spetta a tutti gli uffici della Pubblica Amministrazione, fra i quali vi sono sicuramente le Commissioni Centrali Regionali che ammettono o escludono le liste elettorali (Consiglio Stato, sez. V, 18 marzo 2004, n. 1432; T.A.R. Lazio, sez. II, 18 marzo 2005, n. 1541; Consiglio Stato, sez. V, 17 maggio 1996, n. 574). Anche se dai giornali non si è capito bene, credo proprio che la Commissione Centrale Regionale della Lombardia abbia revocato, in via di autotutela ed a seguito di un esposto da parte di privati (il TAR Lombardia parla proprio di questo, di esposto e non di ricorso), la propria originaria decisione di ammettere la lista di Formigoni. E credo proprio che i legali della lista di Formigoni abbiano sostenuto, fra le altre cose, davanti al TAR Lombardia che l’esposto, a seguito del quale la Commissione Centrale Regionale aveva escluso la loro lista, fosse in realtà un ricorso sotto mentite spoglie, vietato però in quanto non previsto dalla legge che parla di ricorsi alla Commissione Centrale Regionale solo contro le esclusioni e non per contro le ammissioni. Se ho indovinato queste premesse, allora la parte “interpretativa” rilevante del decreto-legge non è tanto quella in cui si dice che non si può proporre ricorso alla Commissione Centrale Regionale per opporsi a una decisione di ammissione, cosa di per sè pacifica, ma è quella in cui si dice che le decisioni di ammissione delle Commissioni Centrali sono “definitive, non revocabili o modificabili dallo stesso Ufficio”. Quindi la Commissione Centrale Regionale della Lombardia, una volta ammessa la lista Formigoni, non poteva più cambiare idea e escluderla. Peccato che questa “interpretazione” venga fatta solo adesso mentre prima per decenni si è ritenuto pacificamente che il potere di autotutela spettasse a tutte le amministrazioni, comprese le Commissioni Centrali, salvo che sia vietato espressamente dalla legge. E credo anche che sulla decisione di sospensione del TAR Lombardia, se è vero che è stata emessa dopo la pubblicazione del decreto-legge, questo passaggio del decreto-legge stesso sia stato assolutamente determinante.

Passiamo poi al quarto comma del decreto-legge, con il quale si “interpreta” il fatto che se delle liste sono state escluse perchè i delegati avevano “fatto ingresso nei locali del tribunale”, ma non nella cancelleria, con tutti i loro bei documenti sotto braccio entro il termine previsto, per loro i termini si riaprono fino alle 12 del giorno feriale successivo all’entrata in vigore del decreto. Che, guarda te la fortuna, entra in vigore di sabato e quindi il termine si sposta alle 12 del lunedì successivo e uno ha tempo, se vuole, sabato e domenica di riguardarsi per bene tutti i documenti alla luce delle “interpretazioni” del decreto-legge, vedi mai che gli venga il dubbio all’ultimo momento che qualcosa possa mancare (a parte ovviamente timbri e altre formalità completamente inutili sebbene previste dalla legge e ritenute per decenni essenziali).

Quindi, in conclusione, questo decreto-lgge interpretativo di interpretativo non ha una beneamata fava, ma detta invece almeno le seguenti nuove norme:

1) per depostare le liste elettorali basta entrare nell’edificio del tribunale entro le 12 dell’ultimo giorno utile.

2) nell’autenticazine delle firme dei presentatori delle liste non servono l’indicazione del luogo dell’autenticazione, della qualifica dell’autenticante nè il timbro dell’ufficio, e gli elementi essenziali basta che compaiano in forma riassuntiva.

3) una volta che una lista è ammessa l’Ufficio Centrale non può ripensarci in via di autotutela ma è ammesso solo il ricorso al TAR.

Tutto questo bell’insieme di norme nuove, sul cui valore in astratto si può ache discutere, viene emanato spacciandolo per mera “interpretazione” (norme nuove, noi? Ma vuoi scherzare! Siamo persone dabbene noi! Tutto questo c’era già nella legge, noi l’abbiamo solo evidenziato meglio.), con le liste elettorali già chiuse e con dei processi giudiziari già in corso. In cui la maggioranza tutela sè stessa.

VERSIONE BREVE (per chi vuole il succo della faccenda)

Questo decreto-legge è una porcata tale da meritare di essere scritta sui libri di storia come esempio di porcata.

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