Un sentenza, civile o penale, in Italia è fatta così:

C’è il dispositivo, che è la parte della sentenza in cui il giudice dice “condanno a sei mesi di reclusione” o “assolvo perchè il fatto non sussiste” o “accerto che Tizio ha usucapito il terreno di Caio” o “dichiaro che questo giudice è territorialmente incompetente” ecc. In pratica è la parte della sentenza in cui il giudice decide in concreto la questione che gli viene sottoposta.

Poi c’è la motivazione, che è la parte della sentenza in cui il giudice spiega in base a quali ragionamenti è arrivato alla decisione espressa nel dispositivo. Si tratta di una parte IMPORTANTISSIMA della sentenza, perchè è solo dalla motivazione che si capisce se la decisione è giusta o meno. Non a caso la Costituzione prevede che “tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati” (art. 111 comma 6 Cost.). E’ un principio di civiltà e democrazia irrinunciabile. Solo nei regimi assoluti il giudice emette verdetti indiscutibili dicendo “decido così e basta”.

Nel processo penale in particolare poi, vige un principio di contestualità in base al quale il giudice deve decidere la vertenza immediatamente dopo la chiusura del dibattimento. Infatti è dal dibattimento che il giudice deve trarre gli elementi della sua decisione, senza rischiare che il suo giudizio venga anche minimamente “contaminato” da fatti successivi. Il dispositivo va quindi pronunciato subito (condanna, assolve, dichiara di non doversi provvedre ecc.). Siccome però la motivazoine può richiedere anche molto tempo (ci sono sentenze che richiedono decine di pagie di motivazione) quest’ultima può essere scritta e depositata anche in seguito (fino a 90 giorni dopo).

Bene, detto questo, della sentenza del Tribunale di Milano di cui tanto si parla in questi giorni, quella con cui tre dirigenti di Google sono stati condannati a sei mesi di reclusione ciascuno per la pubblicazione di un video in cui si vedeva il pestaggio di un ragazzo down, non mi risulta che sia stata ancora pubblicata la motivazione. Anzi, seguendo il link “Testo sentenza” di Repubblica online non si trova nessun testo di nessuna sentenza, ma solo un video in cui il giudice del Tribunale di Milano pronuncia, appunto, il dispositivo.

Quindi, forse le vesti ce le stracceremo comunque, ma a straccarcele aspettiamo di leggere la motivazione.

Ho la soluzione perfetta.

Punto primo, si abolisce la legge sul divorzio. Via la legge 898/1970 e tutte le norme collegate.

Punto secondo, si applicano al matrimonio tutte le procedure previste sinora per il divorzio:

– i due aspiranti nubendi devono fare un ricorso al tribunale in cui spiegano che si amano e si vogliono fidanzare;
– dopo qualche mese devono comparire in udienza davanti al presidente del tribunale che cerca di dissuaderli (ma siete proprio sicuri? e se poi vi stufate? ecc.)
– fatta questa udienza gli aspiranti nubendi devono aspettare tre anni;
– dopo tre anni fanno un altro ricorso al tribunale in cui devono spiegare che non possono fare a meno di sposarsi e quindi si vogliono sposare;
– ricompaiono in udienza davanti al presidente del tribunale che verifica se non sia proprio possibile sciogliere l’unione (ma ce l’avete la casa? ma lo sapete che poi dovete assistervi reciprocamente nel bene e nel male? ecc.)
– se gli aspiranti nubendi insistono, il tribunale, in composizione collegiale, li autorizza a sposarsi. Se però dichiarano di voler avere figli dev’essere prima sentito il parere del pubblico ministero.

Ecco.

In questo modo, chi arriva al matrimonio, poi non ci pensa neanche a divorziare.

Problema risolto.

La mia morà

11 febbraio 2010

Morà in ebraico vuol dire maestra, e morè vuol dire maestro. Alle elementari noi chiamavamo così le nostre maestre e i nostri maestri: morà e morè.

Quando frequentavo la terza elementare venimmo a sapere che dall’anno successivo la preside della scuola sarebbe diventata la nostra morà, e la cosa ci lasciò piuttosto intimoriti.

Ed infatti quella che diventò la mia morà della quarta e quinta elementare non fu affatto dolce. Anzi, era spigolosa nell’aspetto e nel carattere. Non riesco a ricordare neanche una volta in cui abbia avuto con noi quei classici gesti d’affetto che di solito si hanno con i bambini – che so, dare o chiedere un bacio, dare un abbraccio – mentre ricordo diverse occasioni in cui ci ha rimproverato in modo piuttosto ruvido.

La mia morà della quarta e della quinta elementare ci ha insegnato con la diligenza e l’inflessibilità dei maestri di un tempo le cose che insegnavano i maestri d’un tempo. Nessun gioco, nessun ingentilimento. Tabelline su tabelline, pagine e pagine di coniugazione di verbi, analisi grammaticale, logica e del periodo, fiumi, mari, laghi, monti, capitali e confini, poesie di Foscolo e di Pascoli a memoria.

La mia morà della quarta e della quinta elementare ci raccontava anche di quello che era successo a lei e a quelli della sua generazione durante la guerra. Delle persecuzioni, delle fughe e delle ricerche di nascondigli, delle catture, delle deportazioni, dei forni crematori. E ai genitori che si lamentavano perchè i loro bambini venivano terorizzati da queste storie rispondeva: pensate a quanto si terrorizzavano quelli che queste storie le hanno vissute.

La mia morà della quarta e della quinta elementare ci diceva che nulla va mai dato per scontato, e che sarebbe stato compito nostro vigilare perchè tutto non si ripeta.

La mia morà della quarta e quinta elementare è stata una delle pochissime persone che io ricordo come un’insegnante. Una morà, appunto.

La mia morà

11 febbraio 2010

Morà in ebraico vuol dire maestra, e morè vuol dire maestro. Alle elementari noi chiamavamo così le nostre maestre e i nostri maestri: morà e morè.

Quando frequentavo la terza elementare venimmo a sapere che dall’anno successivo la preside della scuola sarebbe diventata la nostra morà, e la cosa ci lasciò piuttosto intimoriti.

Ed infatti quella che diventò la mia morà della quarta e quinta elementare non fu affatto dolce. Anzi, era spigolosa nell’aspetto e nel carattere. Non riesco a ricordare neanche una volta in cui abbia avuto con noi quei classici gesti d’affetto che di solito si hanno con i bambini – che so, dare o chiedere un bacio, dare un abbraccio – mentre ricordo diverse occasioni in cui ci ha rimproverato in modo piuttosto ruvido.

La mia morà della quarta e della quinta elementare ci ha insegnato con la diligenza e l’inflessibilità dei maestri di un tempo le cose che insegnavano i maestri d’un tempo. Nessun gioco, nessun ingentilimento. Tabelline su tabelline, pagine e pagine di coniugazione di verbi, analisi grammaticale, logica e del periodo, fiumi, mari, laghi, monti, capitali e confini, poesie di Foscolo e di Pascoli a memoria.

La mia morà della quarta e della quinta elementare ci raccontava anche di quello che era successo a lei e a quelli della sua generazione durante la guerra. Delle persecuzioni, delle fughe e delle ricerche di nascondigli, delle catture, delle deportazioni, dei forni crematori. E ai genitori che si lamentavano perchè i loro bambini venivano terorizzati da queste storie rispondeva: pensate a quanto si terrorizzavano quelli che queste storie le hanno vissute.

La mia morà della quarta e della quinta elementare ci diceva che nulla va mai dato per scontato, e che sarebbe stato compito nostro vigilare perchè tutto non si ripeta.

La mia morà della quarta e quinta elementare è stata una delle pochissime persone che io ricordo come un’insegnante. Una morà, appunto.

Io la puntata de L’Infedele di cui parla questo articolo del il Giornale.it non l’ho vista. Anzi, a dire il vero non ho mai visto nessuna puntata de l’Infedele.

Inoltre può anche darsi che Gad Lerner sia fazioso, partigiano, capzioso, ingannevole. Non lo so.

E neppure mi interessa, in questo momento.

Quello che mi interessa è che il teorema di fondo dell’articolo de ilGiornale.it è: Gad Lerner non fa parte di noi, italiani e cattolici, ed è per questo che è contro di noi.

Cioè l’articolo non ci prova neanche a dimostrare che le cose che dice Gad Lerner sono sbagliate. O che ne sono state trascurate altre determinanti. No. Semplicemete Gad Lerner le dice perchè è ebreo. E quindi odia i cattolici e gli italiani e ama gli ebrei e gli israeliani.

Non conta quello che si dice o quello che si fa, ma quello che si è. Se si è ghibellini non si potrà mai fraternizzare coi guelfi; se si è Capuleti non ci si potrà mai innamorare di un Montecchi. E se si è ebrei non si può stare dalla stessa parte dei cattolici.

Complimenti, complimenti davvero. Continuiamo così e avremo delle belle soddisfazioni.

Come, scusi?

3 febbraio 2010

Ascoltavo distrattamente tornando a casa, e quindi non ero sicuro di aver capito bene.
Poi ho riascoltato meglio qui.
Ha detto proprio investimenti. Non insediamenti: investimenti.
Per l’amor del cielo, sono altri i problemi. Però qualcosa vorrà pur dire.