ancora ora di religione

21 agosto 2009

Leggo oggi su Republbica.it:

“Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto del presidente della Repubblica numero 122, il Regolamento sulla Valutazione degli alunni è legge. Un provvedimento che conferma una serie di cambiamenti introdotti già quest’anno (come i voti numerici sin dalla scuola primaria e il voto di condotta) ma che contiene almeno tre importanti novità.

La prima, che susciterà certamente polemiche, è quella sui docenti di religione, recentemente estromessi dal Tar Lazio dal computo del credito. Il regolamento non tiene affatto conto della sentenza e siccome ha valore di legge a tutti gli effetti potrebbe “sanare” definitivamente la questione relativa ai crediti e rendere superfluo anche il ricorso al Consiglio di stato annunciato dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini.

Se così fosse la frequenza della religione cattolica potrebbe garantire agli alunni che se ne sono avvalsi, alla stessa stregua di altre attività anche extrascolatiche, un punticino di credito in più. Il tutto, a partire dai prossimi esami di riparazione di settembre e a discrezione dei singoli collegi dei docenti. In questo modo, le insistenti pressioni dei vescovi sul ministero dell’Istruzione, con buona pace di coloro che hanno sostenuto a gran voce la laicità dello Stato e dell’istruzione pubblica, avrebbero ottenuto il risultato sperato. E l’impegno della Gelmini sarebbe stato mantenuto.”

In realtà non è esattamente così.

Intanto il D.P.R. 122/2009 è entrato in vigore ieri, 20.8.2009, ma è stato emesso il 22.6.2009, e quindi non poteva, neanche volendo, tener conto della sentenza del TAR Lazio.

In secondo luogo, le oredinanze ministeriali annullate dal TAR stabilivano cbe “i docenti che svolgono l’insegnamento della religione cattolica partecipano a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernenti l’attribuzione del credito scolastico agli alunni che si avvalgono di tale insegnamento”. Questo non è invece previsto dal D.P.R. 122/2009 che si limita a ribadire la (ambigua) situazione che esisteva prima.

Rimane il fatto che in uno Stato moderno la religione e le istituzioni dovrebbero essere cose diverse, mentre così in Italia non è.

Ceterum censeo Silvium Berlusconi esse destituendum

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