Post di autoaiuto per il referendum del 21 giugno 2009

16 giugno 2009

Lungo post con ragionamenti semplicistici sui quesiti referendari

Premessa

Ai referendum si deve andare. Ok, ad ogni consultazione popolare si deve andare, ma ai referendum si deve in particolare perché, come scrivono sui testi di educazione civica, i referendum sono un momento di esercizio diretto della democrazia. Cioè la gente (noi) non si limita a scegliere chi sceglierà per lei, ma decide direttamente su un argomento concreto che la riguarda.

Detto questo, io sono di quelli che pensano che i referendum abbiano senso quando si tratta di decidere su grandi questioni morali, tipo il divorzio (1974), l’aborto (1981) ecc. Quando invece si tratta di questioni meno rilevanti o prettamente tecniche, dovrebbero occuparsene gli uffici legislativi. Che ne so io se il Ministero delle Politiche Agricole è utile o no (1997)?

I referendum sulle leggi elettorali sono una cosa particolare. Perché la materia è sicuramente tecnica (mettere o togliere una soglia di sbarramento, impostare un sistema proporzionale o maggioritario, disegnare i collegi su base regionale o su base nazionale ecc. sono scelte che cambiano i potenziali equilibri in modo difficile da comprendere e prevedere) ma riguarda l’altro fondamentale momento in cui noi possiamo partecipare al governo del paese: le elezioni.

E quindi diventa importante sforzarsi di capire cosa ci viene chiesto e regolarci di conseguenza. Perché anche le elezioni possono diventare una vuota farsa se le leggi che le regolano ne distorcono lo scopo e la natura, e se ci tolgono le elezioni ci rimangono solo tre alternative: diventare sudditi obbedienti che tirano avanti sperando nella grazia dei potenti; imbracciare fiaccole e forconi e fare la rivoluzione; sedersi a terra ed esercitare la resistenza passiva. Nessuna delle tre mi attrae particolarmente.

E allora, forza.

Un po’ di storia

Questa è la parte che in genere non sopporto. Quando si deve parlare, che so, di pizzette e si parte dai “cenni storici sulle preparazioni gastronomiche popolari dell’area mediterranea”, vengo colto da attacchi di narcolessia fulminante. (che per inciso è l’approccio tipico del 99,9% delle scuole italiane a qualsiasi livello).

Però questa volta ricordarci brevemente da dove veniamo è utile.

Allora, la nostra legge elettorale è contenuta nel D.P.R. 361/1957.

Il vecchio D.P.R. 361/1957 prevedeva un sistema elettorale proporzionale con attribuzione di preferenze.

Questo significa che, quando si andava al seggio, si riceveva una scheda con tanti simbolini di partiti e delle righe vuote vicino a ogni simbolino. Si metteva una bella X sul bollino del partito prescelto e, se si voleva, si esprimevano tre o quattro (a seconda della dimensione della circoscrizione) preferenze. Quindi, se nella lista del partito c’erano, nell’ordine, Hitler (capolista), Dracula, Hannibal Lecter, Gino Rossi e Pino Bianchi, uno poteva votare per Gino Rossi e Pino Bianchi sperando che gli altri restassero a casa. Se poi la lista prendeva l’1% dei voti, otteneva l’1% dei parlamentari.

Bene, dopo vari cambiamenti, nel 1993 si andò al referendum sulla legge elettorale. L’idea di fondo era: basta con questa legge proporzionale che manda in parlamento una miriade di partitini che tengono in ostaggio il governo! Basta con questa storia che i partiti più grossi (DC, PCI, PSI) non hanno abbastanza deputati per governare da soli e allora dovevano allearsi con partiti più piccoli che, paradossalmente, hanno un potere di ricatto del tutto sproporzionato rispetto alla loro rappresentatività! E allora tutti insieme votammo per il referendum e trasformammo la legge elettorale da proporzionale in maggioritaria. Urrà! Mandiamo a casa tutti quei piccoli partitini! Evviva il bipartitismo all’americana! Evviva la scelta diretta dei candidati!

‘Nsomma. Non finì proprio così. Il parlamento infatti, dopo che per anni si era parlato di riformare la legge elettorale senza che venisse fatto nulla (tanto è vero che s’era ricorsi al referendum) improvvisamente (WOW, solo quattro mesi dopo il referendum! ma allora sanno essere veloci quando vogliono) trovò lo stimolo per fare una nuova legge elettorale: la legge Mattarella. La legge Mattarella era una roba assolutamente complicatissima e astrusa, che non mi sforzo neanche di ricostruire perché tanto ormai non c’è più. Comunque l’effetto era quello di salvare un 25% di sistema proporzionale che il referendum dell’aprile precedente aveva spazzato via. In base alla legge Mattarella si ricevevano tre schede, due per la camera e una per il senato: sulla prima della Camera si votavano i candidati al maggioritario (cioè un Tizio con nome, cognome e partito); sulla seconda della Camera si votavano le liste per il proporzionale, senza preferenze; su quella del Senato si votavano i candidati al maggioritario e fra quelli non eletti venivano ripescati per il proporzionale.

Nel 2000 i radicali ci riprovarono pure ad eliminare la porzione di sistema proporzionale che era rientrato dalla finestra della legge Mattarella, ma il referendum (insieme agli altri di quella tornata che vertevano su un sacco di argomenti diversi) non raggiunse il quorum.

E così arriviamo al 2005. L’ineffabile uso-i-maiali-anti-moschea Calderoli produce una legge (la legge Calderoli appunto) che cambia completamente il sistema elettorale. Il risultato è, fra l’altro, che:

a) viene completamente eliminata ogni traccia di sistema maggioritario e si torna a un proporzionale (con buona pace del referendum del 1993);

b) spariscono le preferenze;

c) i partiti possono presentarsi insieme in coalizioni di liste collegate;

d) sparisce il limite di candidature multiple (prima, dal vecchio D.P.R. 361/1953 fino alla legge Mattarella il limite era di tre liste);

e) viene previsto un premio di maggioranza (fino a raggiungere i 340 seggi su 630) alla lista o coalizione che ha la maggioranza relativa;

f) si obbligano la lista o coalizione a depositare il programma e il nome del capo (il capo non è obbligatorio che diventi, in caso di vittoria, presidente del consiglio, ma è molto probabile).

Quindi attualmente all’elettore viene consegnata una scheda per la Camera e una per il Senato, e su ciascuna l’elettore può mettere solo una X sul bollino della lista. Dopo di che all’interno della lista i voti vengono ripartiti secondo l’ordine stabilito dal partito o dalla coalizione. Inoltre un candidato può iscriversi a tutte le circoscrizioni che vuole.

Il concetto è in soldoni che ora puoi votare solo un pacchetto completo: coalizione politica, capo della stessa, programma, compagine di parlamentari. Il pacchetto completo che vince va al governo con almeno il 53,9% dei deputati.

Bene. Arriviamo ai giorni nostri.

Il referendum del 2009 – cos’è e come voterò

Di tutto questa bella storia, cosa possiamo cambiare con il referendum del prossimo 21 giugno 2009?

Solo due cose:

1) l’eliminazione delle coalizioni

2) l’eliminazione delle candidature multiple

* Coalizioni

Adesso alle elezioni possono presentarsi anche coalizioni di partiti. La coalizione ha senso nell’ottica del pacchetto completo capo-coalizione-programma-deputati e del premio di maggioranza. Cioè per vincere il premio partita ci si può alleare preventivamente fra squadre. Dice: non c’è nessuna soglia minima per avere il premio di 340 seggi; perché il partito di maggioranza relativa non dovrebbe correre per conto suo per prendersi lui da solo cucuzze e cucuzzaro? Infatti, non c’è nessuna ragione perché non lo faccia. Il punto è che nel 2005 non c’era in parlamento nessun partito con i numeri per votarsi una legge che prescindesse dalle coalizioni e forse comunque nessuno era così tranquillo da andare al voto da solo, e ora che le coalizioni ci sono, sono diventate un’arma a doppio taglio: sono utili per vincere il bonus ma sono anche indispensabili per contrastare le probabili coalizioni avversarie.

Eliminare le coalizioni significherebbe mantenere tutto uguale salvo che potrebbero concorrere solo i partiti (e il partito che ottiene la maggioranza relativa otterrebbe il bonus).

Dicono i promotori del referendum: “bisogna andare avanti verso bipartitismo che il maggioritario bastardato e la legge di Calderoli non hanno saputo garantire! Non vedete che ancora adesso sia maggioranza che opposizione sono, chi più chi meno, vittime di correnti e correntine? Serve semplificazione. Due partiti: uno va al governo e uno all’opposizione. All’elezione successiva si ridiscute sulla base di come il paese è stato governato e così via.” Secondo loro eliminare le coalizioni costringerà di fatto le forze politiche a coagularsi in due partiti, con la conseguenza fra l’altro che il premio di maggioranza diventerebbe più teorico che pratico.

Su questo, in linea di principio anche condivisibile, ho due grossi dubbi.

– Il primo è astratto: collegare il premio al mero ottenimento della maggioranza relativa, senza richiedere neppure che si raggiunga almeno una certa soglia (chessò, almeno il 45% dei seggi) mi sembra una cosa assurda. Metti caso che dalle elezioni escano venti partiti (in caso di vittoria del sì la soglia di sbarramento tornerebbe al 4% e quindi sarebbe possibile) di cui 19 hanno il 4,9% ed il ventesimo ha il 6,9%. Quello col 6,9% avrebbe di diritto 340 seggi in parlamento su 630!

Adesso ho esagerato per far capire il ragionamento. Ma facciamo un esempio più concreto: se le ultime elezioni europee fossero state elezioni politiche nazionali, il PDL avrebbe oggi da solo il 340 seggi (il 53,96% dei seggi) con il 35,26% dei voti.

– Il secondo dubbio è concreto. Oggi non abbiamo assolutamente due grossi partiti, uno tendenzialmente conservatore e uno tendenzialmente riformista tipo USA. Non ci sono due apparati in grado di promuovere un dibattito interno, elaborare programmi e proporre candidati. Noi abbiamo da una parte un uomo, Berlusconi, che fa di tutto per arrivare al potere personale e che ha a sua disposizione un partito privato, alimentato dai suoi soldi, che gli garantisce un’ampia maggioranza relativa, dall’altra parte abbiamo un’accozzaglia di partiti e movimenti che non è stata in grado di organizzare non dico una forza elettorale competitiva, ma neppure un’opposizione credibile. Quindi in concreto la vittoria del sì porterebbe ad un sistema elettorale che consentirebbe con ogni probabilità a Berlusconi di realizzare il suo progetto: andare al governo con la maggioranza assoluta dei seggi, un pacchetto blindato di parlamentari da lui predisposto sulla base della fedeltà e non delle capacità e con l’investitura popolare (con la legge Calderoli, anche se nella scheda si vota il partito, di fatto si elegge il capo). Quello che Berlusconi non può per ora fare in sede legislativa, glielo regaleremmo noi con il referendum.

Ora, il mio ruolo è quello di fare l’elettore, non lo stratega politico e quindi non dovrebbe essere mia responsabilità fare calcoli sul “a chi converrebbe la legge che uscirebbe dal referendum”. Però non posso fare finta che il problema non esista.

Per questo ai primi due quesiti credo che voterò no.

* Candidature multiple

Fino alla legge Calderoli un candidato non poteva presentarsi in più di tre circoscrizioni. Quindi ogni candidato doveva puntare sulle circoscrizioni più sicure per sé e per il proprio partito. Per i pezzi grossi questo non era un problema perché potevano mettersi capolista in tre circoscrizioni con un bacino elettorale certo, mentre per i pesci via via più piccoli c’erano dei rischi. Con la legge Calderoli il limite delle tre circoscrizioni è stato rimosso. Questo, insieme alla contemporanea eliminazione delle preferenze, ha dato ai partiti la possibilità di pianificare con una certa precisione a livello nazionale i pacchetti di candidati che dovevano essere eletti, slagandoli dal rapporto con gli elettori.

Se passa il sì tornerà il limite alle candidature multiple. Anzi, sarà ancora maggiore di prima perché ogni candidato potrà iscriversi in una e una sola circoscrizione. Rimarrà l’impossibilità di esprimere preferenze, ma almeno l’elettore saprà che se vota un partito i suoi voti andranno ai candidati della sua circoscrizione e non a altri. Si recupera così un po’ di legame, almeno teorico, fra elettore ed eletto. Inoltre si eliminerebbe, così sostengono i promotori del referendum, il fenomeno delle candidature “attiravoti” (nomi noti messi un po’ qui e un po’ la per invogliare la gente). Non so quanto sia rilevante questo fenomeno, ma di certo non è quello che io intendo per voto consapevole.

Per questo al terzo quesito credo che voterò sì.

Cosa rimane fuori?

Rimane fuori la cosa secondo me più importante: le preferenze.

Oggi se io abito in una circoscrizione con quattro rappresentanti e voto la Coalizione dei Buoni, che ha come capolista il Principe Azzurro (capolista in tutte le circoscrizioni) e poi, nell’ordine, Joseph Goebbels, Caino, Pol Pot e lo Scemo Del Villaggio, finisce che mando in parlamento una serie di sanguinari criminali e, se il Principe Azzurro decide di farsi eleggere in un’altra circoscrizione, anche lo Scemo Del Villaggio. Oppure, per fare un altro esempio di pura fantasia, se abito in una circoscrizione dove mettono al capolista Luigi Berlinguer e al terzo posto Debora Serracchiani, e a me mi convince di più la Serracchiani, mi tocca dare il mio voto a Berlinguer sperando che ne avanzino abbastanza per eleggere anche la candidata che preferisco.

Nei corsi di diritto costituzionale insegnano che, come dice la costituzione, gli eletti al parlamento svolgono il loro ufficio “senza vincolo di mandato”. Questo significa che non si può fare causa a Tizio perché in campagna elettorale aveva detto che avrebbe abbassato le tasse e poi una volta eletto le ha aumentate, o a Caio se si fa eleggere nelle file di un partito e poi, una volta eletto, passa alle file del partito avversario. Ma, insegnano sempre nei corsi di diritto costituzionale, la responsabilità dei parlamentari è politica. Cioè, sostanzialmente, se durante il tuo mandato fai delle cazzate io non ti posso far causa ma alle prossime elezioni ti mando a casa a calci in culo.

Eliminare le preferenze significa assottigliare moltissimo, se non eliminare, la responsabilità politica, cioè l’unica cosa (oltre a un quasi impossibile moto di coscienza) che può spingere un parlamentare ad agire per l’interesse della nazione anziché per l’interesse proprio.

Inoltre l’opzione “pacchetto completo” creata dalla legge Calderoli tende a svuotare di senso il parlamento. Il parlamento dovrebbe essere un luogo dove i rappresentanti del popolo discutono (lo dice la parola stessa: parlano) delle leggi prima di approvarle. Se però in parlamento la maggioranza assoluta è costituita da persone cooptate in blocco dalla coalizione vincente (o dal suo capo), si capisce bene che la discussione diventa molto meno rilevante perchè quel gruppo di persone sarà stato scelto nel migliore dei casi perché già ben allineato con il programma (facente parte del pacchetto completo) della coalizione, nel peggiore dei casi perché prone ai voleri del capo e pronte ad approvare docilmente qualsiasi cosa il capo sottoponga loro. E questo è un altro motivo per votare no ai primi due quesiti e sì al terzo.

Però sul meccanismo delle preferenze non si poteva tecnicamente intervenire con un referendum abrogativo…

Ceterum censeo Silvium Berlusconi esse destituendum.

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