Elogio della burocrazia

11 giugno 2009

Mettiamo che uno che ha molti soldi assuma a un certo punto un ufficio pubblico (diciamo per esempio la presidenza del consiglio dei ministri) e mettiamo che decida di usare una parte dei suoi (tanti) soldi per svolgere attività inerenti all’incarico pubblico. Invita capi di governo e capi di stato estero nelle sue ville, organizza cene a casa sua con personaggi politici di rilievo nazionale, utilizza i propri aeroplani privati per spostarsi e portare con sé persone pubbliche, offre vacanze e feste a chi ha una posizione di qualche rilievo.

E cosa c’è di male?

In fondo, fa solo il bene del Paese. Acquisisce l’amicizia di persone influenti e utili per l’interesse nazionale, e tutto a spese sue, senza far spendere un euro all’erario!

Cosa si può volere di più?

E invece è tutto tragicamente sbagliato.

È innanzitutto sbagliato il concetto di fondo. Nel governo di uno stato non devono contare le persone, ma gli uffici.

La nostra legge lo sa. Per esempio: se qualcuno avesse gridato dal centro di una piazza “Giovanni Leone è un fesso” prima del 29.12.1971 o dopo il 15.6.1978 si sarebbe beccato una condanna per diffamazione (art. 595 c.p.); se qualcuno avesse fatto la stessa identica cosa fra il 29.12.1971 e il 15.6.1978 si sarebbe beccato una condanna per il ben più grave (anche di cinque volte superiore!) delitto previsto dall’art. 278 c.p. Perché? Perché fra il dicembre del ’71 e il giugno del ’78 l’incauto urlatore non avrebbe offeso la persona Giovanni Leone, ma l’alta carica dello stato Presidente della Repubblica Italiana.

La sede del potere dev’essere l’ufficio, non la persona. È l’ufficio quella cosa che conferisce il potere a chi lo occupa, e lo conferisce solo perché chi lo occupa è incaricato di agire per conto della nazione. Il legame personale o intimo fra le persone coinvolte nell’attività dell’ufficio è un intralcio e non un vantaggio per la collettività!

Se, per dirne una, un giudice è amico di una delle parti di un processo (o anche solo se ha assunto posizioni che fanno sospettare che non sia equidistante rispetto alle persone coinvolte nel processo) deve astenersi immediatamente e se non lo fa può essere ricusato. E questo anche se, per esempio, la familiarità rispetto alle parti avrebbe potuto aiutarlo a decidere in maniera più giusta perché conosceva i dettagli della vicenda.

Ma questo fa tornare al punto di prima: chi l’ha detto che la spersonalizzazione sia il modo migliore di affrontare il governo dello stato? Non è nell’esperienza di chiunque che quando il burocrate si attacca al cavillo si ottengono risultati disastrosi? E non ci vogliamo mettere un po’ di umanità, di personalità, di sentimento, che moduli e formulari non fanno altro che allungare a dismisura i tempi e poi non si combina mai niente di buono?

No.

La burocrazia ottusa è ottusa perché è ottusa, non perché è burocrazia. E per burocrazia intendo l’adempimento di un ufficio a qualsiasi livello, dal Presidente della Repubblica al mio postino.

Ciò che rende la burocrazia spesso un mostro è la patologia, non la fisiologia. D’altra parte qualsiasi principio, anche il più condivisibile, portato alla sua estremizzazione è disastroso: dal coinvolgimento diretto della popolazione nelle decisioni politiche alla presenza di Nutella nella dieta.

Ma il rispetto delle forme e l’adempimento formale degli uffici ha invece una sua importanza fondamentale in democrazia, perché sono l’unico modo per rendere l’attività di chi governa trasparente.

Se posso leggere i verbali della commissione che ha stabilito come erogare un finanziamento allora posso anche controllare che il tutto si sia svolto in modo corretto; ma se invece il capo della commissione decide da solo dopo averne parlato con suo cugino durante un week end in barca, magari avrà preso anche la decisione migliore del mondo perché suo cugino è il più saggio dei saggi, ma io non ho nessuna possibilità di verifica.

Dice: ma che te ne importa? Se porto a casa il risultato sono affari miei come lo faccio. In fondo mica sgozzo polli e stupro vergini. Solo che invece di usare barbose e (diciamocelo) inutili fascicoli che non legge nessuno io uso cocktail party e passeggiate a braccetto nel parco della villa. Non è meglio per tutti?

Neanche per idea. Io voglio che tu, nel momento in cui decidi per me, mi fai sapere con chi parli, cosa dici, che dati prendi in considerazione, dove vai e cosa ci fai. Sennò decido io, grazie. I miei genitori hanno deciso per me senza darmi spiegazioni fino a quando la natura ha fatto dipendere la mia sopravvivenza dalla loro cura (e ha messo addosso a loro l’istinto di prendersi cura di me), poi basta anche per loro.

A me non basta che chi mi governa mi assicuri un risultato: pretendo di essere messo in condizione di conoscere esattamente ogni singolo passaggio che ha portato a quel risultato. Perché altrimenti non è più democrazia. In democrazia io eleggo i miei rappresentanti, li controllo e poi, se mi sono piaciuti, li rieleggo. Quella cosa in cui si dice a uno “fai un po’ tu, non voglio sapere come, ma basta che torni vincitore” si chiama dittatura, nel senso dell’antica Roma.

Alle origini non era un istituto repressivo. Poi la parola ha assunto il colore che conosciamo oggi.

Ceterum censeo Silvium Berlusconi esse destitendum

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