Ghe pensi mi ©

30 giugno 2009

Uno poi dice: ce l’hai sempre con Berlusconi.

Si’, in linea di massima ce l’ho sempre con Berlusconi. Perche’ penso che sia intrinsecamente incompatibile con l’interesse della nazione (e non parlo dei fatti degli ultimi mesi).

Detto questo.

Adesso è avvenuto un grave incidente ferroviario a Viareggio. Sono scoppiati alcuni contenitori di gas nella stazione causando il crollo delle palazzine circostanti. Ci sono morti, feriti e dispersi.

Cosa dovrebbe succedere nel mio paese ideale: entrano immediatamente in funzione le squadre di soccorso, il personale medico interviene subito per salvare quante piu’ vite umane e’ possibile, gli addetti alla sicurezza fanno senza ritardo quanto necessario per evitare che il danno a persone e cose si aggravi, le autorità inquirenti raccologono gli elementi per determinare le eventuali responsabilità, si ripristina il prima possibile la normalità ed il tutto viene coordinato da soggetti altamente qualificati secondo efficienti protocolli operativi. Le autorità politiche esprimono cordoglio per le vittime e, se il caso lo richiede (per il particolare turbamento dell’opinione pubblica) partecipano a nome della collettività ai funerali. Poi, a cose finite, se il caso ha rivelato delle inefficienze, i poilitici si occupano di approvare dei protocolli operativi più efficienti e migliori.

Cosa viene raccontato che succeda nel mio paese reale: interviene personalmente e direttamente il presidente del consiglio dei ministri che dichiara “abbiamo già provveduto a trasferire i feriti più gravi negli ospedali e poi subito dopo quest’assemblea a Napoli, andrò a Viareggio a prendere in mano la situazione” (virgolettato di Repubblica, ma ho sentito con le mie orecchie pronunciare sostanzialmente la stessa frase a TGR delle 12:30). Cioè tutto quello che è stato fatto (“abbiamo provveduto”) e tutto quello che sarà fatto (“andrò a prendere in mano la situzione”) dipende dall’intervento diretto del presidente del consiglio dei ministri.

Ora, delle due l’una.

O è avvenuto veramente quello che ci viene raccontato, e allora la situazione è veramente gravissima, perchè significa che non esistono meccanismi di protezione civile efficienti in grado di garantire la sicurezza della popolazione, ed è necessario di volta in volta l’intervento straordinario del capo del governo. E se contemporaneamente scoppia una centrale elettrica in Puglia e si verifica un’esondazione del Po in Veneto? Che facciamo? Tiriamo a sorte dove va prima il presidente del consiglio dei ministri?

Oppure (più probabilmente) le dichiarazioni e le azioni del presidente del consiglio dei ministri hanno scopi meramente propagandistici. Il che mi pare meno grave, ma comunque grave. Da un lato infatti si va a interferire con il lavoro delle squadre di salvataggio e di messa in sicurezza (immagino che nella gestione di una crisi, doversi occupare anche della presenza in loco del presidente del consiglio dei ministri non aiuti), dall’altro si vende al pubblico un’immagine, un modello (il modello del “non vi preoccupate, adesso ci penso io”) che è profondamente sbagliato. Uno stato (a parte forse San Marino e Andorra) non ha bisogno di un governo che vada a drenare l’acqua dalle cantine allagate, ma di un governo che si occupi dell’alta amministrazione del paese. Se un governo deve mandare il suo presidente del consiglio dei ministri sul luogo di un disastro per coordinare le operazioni di salvataggio (cioè neanche un alto funzionario dell’amministrazione, ma il vertice della stessa), è un governo che ha già fallito clamorosamente in partenza perchè il suo compito era quello di fare in modo che esistesse già da prima un efficiente ed autonomo meccanismo di salvataggio che si attivi e funzioni autonomamente.

Ceterum censeo Silvium Berlusconi esse destituendum

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Ghe pensi mi Â©

30 giugno 2009

Uno poi dice: ce l’hai sempre con Berlusconi.

Si’, in linea di massima ce l’ho sempre con Berlusconi. Perche’ penso che sia intrinsecamente incompatibile con l’interesse della nazione (e non parlo dei fatti degli ultimi mesi).

Detto questo.

Adesso è avvenuto un grave incidente ferroviario a Viareggio. Sono scoppiati alcuni contenitori di gas nella stazione causando il crollo delle palazzine circostanti. Ci sono morti, feriti e dispersi.

Cosa dovrebbe succedere nel mio paese ideale: entrano immediatamente in funzione le squadre di soccorso, il personale medico interviene subito per salvare quante piu’ vite umane e’ possibile, gli addetti alla sicurezza fanno senza ritardo quanto necessario per evitare che il danno a persone e cose si aggravi, le autorità inquirenti raccologono gli elementi per determinare le eventuali responsabilità, si ripristina il prima possibile la normalità ed il tutto viene coordinato da soggetti altamente qualificati secondo efficienti protocolli operativi. Le autorità politiche esprimono cordoglio per le vittime e, se il caso lo richiede (per il particolare turbamento dell’opinione pubblica) partecipano a nome della collettività ai funerali. Poi, a cose finite, se il caso ha rivelato delle inefficienze, i poilitici si occupano di approvare dei protocolli operativi più efficienti e migliori.

Cosa viene raccontato che succeda nel mio paese reale: interviene personalmente e direttamente il presidente del consiglio dei ministri che dichiara “abbiamo già provveduto a trasferire i feriti più gravi negli ospedali e poi subito dopo quest’assemblea a Napoli, andrò a Viareggio a prendere in mano la situazione” (virgolettato di Repubblica, ma ho sentito con le mie orecchie pronunciare sostanzialmente la stessa frase a TGR delle 12:30). Cioè tutto quello che è stato fatto (“abbiamo provveduto”) e tutto quello che sarà fatto (“andrò a prendere in mano la situzione”) dipende dall’intervento diretto del presidente del consiglio dei ministri.

Ora, delle due l’una.

O è avvenuto veramente quello che ci viene raccontato, e allora la situazione è veramente gravissima, perchè significa che non esistono meccanismi di protezione civile efficienti in grado di garantire la sicurezza della popolazione, ed è necessario di volta in volta l’intervento straordinario del capo del governo. E se contemporaneamente scoppia una centrale elettrica in Puglia e si verifica un’esondazione del Po in Veneto? Che facciamo? Tiriamo a sorte dove va prima il presidente del consiglio dei ministri?

Oppure (più probabilmente) le dichiarazioni e le azioni del presidente del consiglio dei ministri hanno scopi meramente propagandistici. Il che mi pare meno grave, ma comunque grave. Da un lato infatti si va a interferire con il lavoro delle squadre di salvataggio e di messa in sicurezza (immagino che nella gestione di una crisi, doversi occupare anche della presenza in loco del presidente del consiglio dei ministri non aiuti), dall’altro si vende al pubblico un’immagine, un modello (il modello del “non vi preoccupate, adesso ci penso io”) che è profondamente sbagliato. Uno stato (a parte forse San Marino e Andorra) non ha bisogno di un governo che vada a drenare l’acqua dalle cantine allagate, ma di un governo che si occupi dell’alta amministrazione del paese. Se un governo deve mandare il suo presidente del consiglio dei ministri sul luogo di un disastro per coordinare le operazioni di salvataggio (cioè neanche un alto funzionario dell’amministrazione, ma il vertice della stessa), è un governo che ha già fallito clamorosamente in partenza perchè il suo compito era quello di fare in modo che esistesse già da prima un efficiente ed autonomo meccanismo di salvataggio che si attivi e funzioni autonomamente.

Ceterum censeo Silvium Berlusconi esse destituendum

Notizie incrociate

17 giugno 2009

È buona regola leggere sempre diversi quotidiani.

Quindi probabilmente è fondata la notizia che Barack Obama avrebbe schiacciato una mosca che lo infastidiva durante un discorso.

Speriamo che questo non causi eruzioni vulcaniche in Giappone e inondazioni in Australia.

Ceterum censeo Silvium Berlusconi esse destituendum.

Allora:

Se si alza il braccio teso e lo si sventola energicamente per alcuni secondi si sta salutando qualcuno.

Se si alza il braccio teso e lo si tiene bello fermo, palmo dritto, proprio mentre si grida il “sì” alla fine dell’Inno di Mameli si è fascisti.

Non è difficile.

Ceterum censeo Silvium Berlusconi esse destituendum

Lungo post con ragionamenti semplicistici sui quesiti referendari

Premessa

Ai referendum si deve andare. Ok, ad ogni consultazione popolare si deve andare, ma ai referendum si deve in particolare perché, come scrivono sui testi di educazione civica, i referendum sono un momento di esercizio diretto della democrazia. Cioè la gente (noi) non si limita a scegliere chi sceglierà per lei, ma decide direttamente su un argomento concreto che la riguarda.

Detto questo, io sono di quelli che pensano che i referendum abbiano senso quando si tratta di decidere su grandi questioni morali, tipo il divorzio (1974), l’aborto (1981) ecc. Quando invece si tratta di questioni meno rilevanti o prettamente tecniche, dovrebbero occuparsene gli uffici legislativi. Che ne so io se il Ministero delle Politiche Agricole è utile o no (1997)?

I referendum sulle leggi elettorali sono una cosa particolare. Perché la materia è sicuramente tecnica (mettere o togliere una soglia di sbarramento, impostare un sistema proporzionale o maggioritario, disegnare i collegi su base regionale o su base nazionale ecc. sono scelte che cambiano i potenziali equilibri in modo difficile da comprendere e prevedere) ma riguarda l’altro fondamentale momento in cui noi possiamo partecipare al governo del paese: le elezioni.

E quindi diventa importante sforzarsi di capire cosa ci viene chiesto e regolarci di conseguenza. Perché anche le elezioni possono diventare una vuota farsa se le leggi che le regolano ne distorcono lo scopo e la natura, e se ci tolgono le elezioni ci rimangono solo tre alternative: diventare sudditi obbedienti che tirano avanti sperando nella grazia dei potenti; imbracciare fiaccole e forconi e fare la rivoluzione; sedersi a terra ed esercitare la resistenza passiva. Nessuna delle tre mi attrae particolarmente.

E allora, forza.

Un po’ di storia

Questa è la parte che in genere non sopporto. Quando si deve parlare, che so, di pizzette e si parte dai “cenni storici sulle preparazioni gastronomiche popolari dell’area mediterranea”, vengo colto da attacchi di narcolessia fulminante. (che per inciso è l’approccio tipico del 99,9% delle scuole italiane a qualsiasi livello).

Però questa volta ricordarci brevemente da dove veniamo è utile.

Allora, la nostra legge elettorale è contenuta nel D.P.R. 361/1957.

Il vecchio D.P.R. 361/1957 prevedeva un sistema elettorale proporzionale con attribuzione di preferenze.

Questo significa che, quando si andava al seggio, si riceveva una scheda con tanti simbolini di partiti e delle righe vuote vicino a ogni simbolino. Si metteva una bella X sul bollino del partito prescelto e, se si voleva, si esprimevano tre o quattro (a seconda della dimensione della circoscrizione) preferenze. Quindi, se nella lista del partito c’erano, nell’ordine, Hitler (capolista), Dracula, Hannibal Lecter, Gino Rossi e Pino Bianchi, uno poteva votare per Gino Rossi e Pino Bianchi sperando che gli altri restassero a casa. Se poi la lista prendeva l’1% dei voti, otteneva l’1% dei parlamentari.

Bene, dopo vari cambiamenti, nel 1993 si andò al referendum sulla legge elettorale. L’idea di fondo era: basta con questa legge proporzionale che manda in parlamento una miriade di partitini che tengono in ostaggio il governo! Basta con questa storia che i partiti più grossi (DC, PCI, PSI) non hanno abbastanza deputati per governare da soli e allora dovevano allearsi con partiti più piccoli che, paradossalmente, hanno un potere di ricatto del tutto sproporzionato rispetto alla loro rappresentatività! E allora tutti insieme votammo per il referendum e trasformammo la legge elettorale da proporzionale in maggioritaria. Urrà! Mandiamo a casa tutti quei piccoli partitini! Evviva il bipartitismo all’americana! Evviva la scelta diretta dei candidati!

‘Nsomma. Non finì proprio così. Il parlamento infatti, dopo che per anni si era parlato di riformare la legge elettorale senza che venisse fatto nulla (tanto è vero che s’era ricorsi al referendum) improvvisamente (WOW, solo quattro mesi dopo il referendum! ma allora sanno essere veloci quando vogliono) trovò lo stimolo per fare una nuova legge elettorale: la legge Mattarella. La legge Mattarella era una roba assolutamente complicatissima e astrusa, che non mi sforzo neanche di ricostruire perché tanto ormai non c’è più. Comunque l’effetto era quello di salvare un 25% di sistema proporzionale che il referendum dell’aprile precedente aveva spazzato via. In base alla legge Mattarella si ricevevano tre schede, due per la camera e una per il senato: sulla prima della Camera si votavano i candidati al maggioritario (cioè un Tizio con nome, cognome e partito); sulla seconda della Camera si votavano le liste per il proporzionale, senza preferenze; su quella del Senato si votavano i candidati al maggioritario e fra quelli non eletti venivano ripescati per il proporzionale.

Nel 2000 i radicali ci riprovarono pure ad eliminare la porzione di sistema proporzionale che era rientrato dalla finestra della legge Mattarella, ma il referendum (insieme agli altri di quella tornata che vertevano su un sacco di argomenti diversi) non raggiunse il quorum.

E così arriviamo al 2005. L’ineffabile uso-i-maiali-anti-moschea Calderoli produce una legge (la legge Calderoli appunto) che cambia completamente il sistema elettorale. Il risultato è, fra l’altro, che:

a) viene completamente eliminata ogni traccia di sistema maggioritario e si torna a un proporzionale (con buona pace del referendum del 1993);

b) spariscono le preferenze;

c) i partiti possono presentarsi insieme in coalizioni di liste collegate;

d) sparisce il limite di candidature multiple (prima, dal vecchio D.P.R. 361/1953 fino alla legge Mattarella il limite era di tre liste);

e) viene previsto un premio di maggioranza (fino a raggiungere i 340 seggi su 630) alla lista o coalizione che ha la maggioranza relativa;

f) si obbligano la lista o coalizione a depositare il programma e il nome del capo (il capo non è obbligatorio che diventi, in caso di vittoria, presidente del consiglio, ma è molto probabile).

Quindi attualmente all’elettore viene consegnata una scheda per la Camera e una per il Senato, e su ciascuna l’elettore può mettere solo una X sul bollino della lista. Dopo di che all’interno della lista i voti vengono ripartiti secondo l’ordine stabilito dal partito o dalla coalizione. Inoltre un candidato può iscriversi a tutte le circoscrizioni che vuole.

Il concetto è in soldoni che ora puoi votare solo un pacchetto completo: coalizione politica, capo della stessa, programma, compagine di parlamentari. Il pacchetto completo che vince va al governo con almeno il 53,9% dei deputati.

Bene. Arriviamo ai giorni nostri.

Il referendum del 2009 – cos’è e come voterò

Di tutto questa bella storia, cosa possiamo cambiare con il referendum del prossimo 21 giugno 2009?

Solo due cose:

1) l’eliminazione delle coalizioni

2) l’eliminazione delle candidature multiple

* Coalizioni

Adesso alle elezioni possono presentarsi anche coalizioni di partiti. La coalizione ha senso nell’ottica del pacchetto completo capo-coalizione-programma-deputati e del premio di maggioranza. Cioè per vincere il premio partita ci si può alleare preventivamente fra squadre. Dice: non c’è nessuna soglia minima per avere il premio di 340 seggi; perché il partito di maggioranza relativa non dovrebbe correre per conto suo per prendersi lui da solo cucuzze e cucuzzaro? Infatti, non c’è nessuna ragione perché non lo faccia. Il punto è che nel 2005 non c’era in parlamento nessun partito con i numeri per votarsi una legge che prescindesse dalle coalizioni e forse comunque nessuno era così tranquillo da andare al voto da solo, e ora che le coalizioni ci sono, sono diventate un’arma a doppio taglio: sono utili per vincere il bonus ma sono anche indispensabili per contrastare le probabili coalizioni avversarie.

Eliminare le coalizioni significherebbe mantenere tutto uguale salvo che potrebbero concorrere solo i partiti (e il partito che ottiene la maggioranza relativa otterrebbe il bonus).

Dicono i promotori del referendum: “bisogna andare avanti verso bipartitismo che il maggioritario bastardato e la legge di Calderoli non hanno saputo garantire! Non vedete che ancora adesso sia maggioranza che opposizione sono, chi più chi meno, vittime di correnti e correntine? Serve semplificazione. Due partiti: uno va al governo e uno all’opposizione. All’elezione successiva si ridiscute sulla base di come il paese è stato governato e così via.” Secondo loro eliminare le coalizioni costringerà di fatto le forze politiche a coagularsi in due partiti, con la conseguenza fra l’altro che il premio di maggioranza diventerebbe più teorico che pratico.

Su questo, in linea di principio anche condivisibile, ho due grossi dubbi.

– Il primo è astratto: collegare il premio al mero ottenimento della maggioranza relativa, senza richiedere neppure che si raggiunga almeno una certa soglia (chessò, almeno il 45% dei seggi) mi sembra una cosa assurda. Metti caso che dalle elezioni escano venti partiti (in caso di vittoria del sì la soglia di sbarramento tornerebbe al 4% e quindi sarebbe possibile) di cui 19 hanno il 4,9% ed il ventesimo ha il 6,9%. Quello col 6,9% avrebbe di diritto 340 seggi in parlamento su 630!

Adesso ho esagerato per far capire il ragionamento. Ma facciamo un esempio più concreto: se le ultime elezioni europee fossero state elezioni politiche nazionali, il PDL avrebbe oggi da solo il 340 seggi (il 53,96% dei seggi) con il 35,26% dei voti.

– Il secondo dubbio è concreto. Oggi non abbiamo assolutamente due grossi partiti, uno tendenzialmente conservatore e uno tendenzialmente riformista tipo USA. Non ci sono due apparati in grado di promuovere un dibattito interno, elaborare programmi e proporre candidati. Noi abbiamo da una parte un uomo, Berlusconi, che fa di tutto per arrivare al potere personale e che ha a sua disposizione un partito privato, alimentato dai suoi soldi, che gli garantisce un’ampia maggioranza relativa, dall’altra parte abbiamo un’accozzaglia di partiti e movimenti che non è stata in grado di organizzare non dico una forza elettorale competitiva, ma neppure un’opposizione credibile. Quindi in concreto la vittoria del sì porterebbe ad un sistema elettorale che consentirebbe con ogni probabilità a Berlusconi di realizzare il suo progetto: andare al governo con la maggioranza assoluta dei seggi, un pacchetto blindato di parlamentari da lui predisposto sulla base della fedeltà e non delle capacità e con l’investitura popolare (con la legge Calderoli, anche se nella scheda si vota il partito, di fatto si elegge il capo). Quello che Berlusconi non può per ora fare in sede legislativa, glielo regaleremmo noi con il referendum.

Ora, il mio ruolo è quello di fare l’elettore, non lo stratega politico e quindi non dovrebbe essere mia responsabilità fare calcoli sul “a chi converrebbe la legge che uscirebbe dal referendum”. Però non posso fare finta che il problema non esista.

Per questo ai primi due quesiti credo che voterò no.

* Candidature multiple

Fino alla legge Calderoli un candidato non poteva presentarsi in più di tre circoscrizioni. Quindi ogni candidato doveva puntare sulle circoscrizioni più sicure per sé e per il proprio partito. Per i pezzi grossi questo non era un problema perché potevano mettersi capolista in tre circoscrizioni con un bacino elettorale certo, mentre per i pesci via via più piccoli c’erano dei rischi. Con la legge Calderoli il limite delle tre circoscrizioni è stato rimosso. Questo, insieme alla contemporanea eliminazione delle preferenze, ha dato ai partiti la possibilità di pianificare con una certa precisione a livello nazionale i pacchetti di candidati che dovevano essere eletti, slagandoli dal rapporto con gli elettori.

Se passa il sì tornerà il limite alle candidature multiple. Anzi, sarà ancora maggiore di prima perché ogni candidato potrà iscriversi in una e una sola circoscrizione. Rimarrà l’impossibilità di esprimere preferenze, ma almeno l’elettore saprà che se vota un partito i suoi voti andranno ai candidati della sua circoscrizione e non a altri. Si recupera così un po’ di legame, almeno teorico, fra elettore ed eletto. Inoltre si eliminerebbe, così sostengono i promotori del referendum, il fenomeno delle candidature “attiravoti” (nomi noti messi un po’ qui e un po’ la per invogliare la gente). Non so quanto sia rilevante questo fenomeno, ma di certo non è quello che io intendo per voto consapevole.

Per questo al terzo quesito credo che voterò sì.

Cosa rimane fuori?

Rimane fuori la cosa secondo me più importante: le preferenze.

Oggi se io abito in una circoscrizione con quattro rappresentanti e voto la Coalizione dei Buoni, che ha come capolista il Principe Azzurro (capolista in tutte le circoscrizioni) e poi, nell’ordine, Joseph Goebbels, Caino, Pol Pot e lo Scemo Del Villaggio, finisce che mando in parlamento una serie di sanguinari criminali e, se il Principe Azzurro decide di farsi eleggere in un’altra circoscrizione, anche lo Scemo Del Villaggio. Oppure, per fare un altro esempio di pura fantasia, se abito in una circoscrizione dove mettono al capolista Luigi Berlinguer e al terzo posto Debora Serracchiani, e a me mi convince di più la Serracchiani, mi tocca dare il mio voto a Berlinguer sperando che ne avanzino abbastanza per eleggere anche la candidata che preferisco.

Nei corsi di diritto costituzionale insegnano che, come dice la costituzione, gli eletti al parlamento svolgono il loro ufficio “senza vincolo di mandato”. Questo significa che non si può fare causa a Tizio perché in campagna elettorale aveva detto che avrebbe abbassato le tasse e poi una volta eletto le ha aumentate, o a Caio se si fa eleggere nelle file di un partito e poi, una volta eletto, passa alle file del partito avversario. Ma, insegnano sempre nei corsi di diritto costituzionale, la responsabilità dei parlamentari è politica. Cioè, sostanzialmente, se durante il tuo mandato fai delle cazzate io non ti posso far causa ma alle prossime elezioni ti mando a casa a calci in culo.

Eliminare le preferenze significa assottigliare moltissimo, se non eliminare, la responsabilità politica, cioè l’unica cosa (oltre a un quasi impossibile moto di coscienza) che può spingere un parlamentare ad agire per l’interesse della nazione anziché per l’interesse proprio.

Inoltre l’opzione “pacchetto completo” creata dalla legge Calderoli tende a svuotare di senso il parlamento. Il parlamento dovrebbe essere un luogo dove i rappresentanti del popolo discutono (lo dice la parola stessa: parlano) delle leggi prima di approvarle. Se però in parlamento la maggioranza assoluta è costituita da persone cooptate in blocco dalla coalizione vincente (o dal suo capo), si capisce bene che la discussione diventa molto meno rilevante perchè quel gruppo di persone sarà stato scelto nel migliore dei casi perché già ben allineato con il programma (facente parte del pacchetto completo) della coalizione, nel peggiore dei casi perché prone ai voleri del capo e pronte ad approvare docilmente qualsiasi cosa il capo sottoponga loro. E questo è un altro motivo per votare no ai primi due quesiti e sì al terzo.

Però sul meccanismo delle preferenze non si poteva tecnicamente intervenire con un referendum abrogativo…

Ceterum censeo Silvium Berlusconi esse destituendum.

Attenzione a Mercurio! la Terra a rischio crash(titolo su Repubblica online)

Il nostro pianeta potrebbe avere una fine violenta in seguito allo scontro con Venere, Marte e Mercurio. E proprio quest’ultimo potrebbe innescare un’alterazione delle orbite degli altri. Risultato: una catastrofe planetaria (occhiello)

C’è l’1,9% di possibilità che succeda. Fra 3,3 miliardi di anni. (spiegato all’interno dell’articolo)

Meglio che me lo ricordi, che voglio fare prima quel viaggio nel parchi americani, che non si sa mai…

Elogio della burocrazia

11 giugno 2009

Mettiamo che uno che ha molti soldi assuma a un certo punto un ufficio pubblico (diciamo per esempio la presidenza del consiglio dei ministri) e mettiamo che decida di usare una parte dei suoi (tanti) soldi per svolgere attività inerenti all’incarico pubblico. Invita capi di governo e capi di stato estero nelle sue ville, organizza cene a casa sua con personaggi politici di rilievo nazionale, utilizza i propri aeroplani privati per spostarsi e portare con sé persone pubbliche, offre vacanze e feste a chi ha una posizione di qualche rilievo.

E cosa c’è di male?

In fondo, fa solo il bene del Paese. Acquisisce l’amicizia di persone influenti e utili per l’interesse nazionale, e tutto a spese sue, senza far spendere un euro all’erario!

Cosa si può volere di più?

E invece è tutto tragicamente sbagliato.

È innanzitutto sbagliato il concetto di fondo. Nel governo di uno stato non devono contare le persone, ma gli uffici.

La nostra legge lo sa. Per esempio: se qualcuno avesse gridato dal centro di una piazza “Giovanni Leone è un fesso” prima del 29.12.1971 o dopo il 15.6.1978 si sarebbe beccato una condanna per diffamazione (art. 595 c.p.); se qualcuno avesse fatto la stessa identica cosa fra il 29.12.1971 e il 15.6.1978 si sarebbe beccato una condanna per il ben più grave (anche di cinque volte superiore!) delitto previsto dall’art. 278 c.p. Perché? Perché fra il dicembre del ’71 e il giugno del ’78 l’incauto urlatore non avrebbe offeso la persona Giovanni Leone, ma l’alta carica dello stato Presidente della Repubblica Italiana.

La sede del potere dev’essere l’ufficio, non la persona. È l’ufficio quella cosa che conferisce il potere a chi lo occupa, e lo conferisce solo perché chi lo occupa è incaricato di agire per conto della nazione. Il legame personale o intimo fra le persone coinvolte nell’attività dell’ufficio è un intralcio e non un vantaggio per la collettività!

Se, per dirne una, un giudice è amico di una delle parti di un processo (o anche solo se ha assunto posizioni che fanno sospettare che non sia equidistante rispetto alle persone coinvolte nel processo) deve astenersi immediatamente e se non lo fa può essere ricusato. E questo anche se, per esempio, la familiarità rispetto alle parti avrebbe potuto aiutarlo a decidere in maniera più giusta perché conosceva i dettagli della vicenda.

Ma questo fa tornare al punto di prima: chi l’ha detto che la spersonalizzazione sia il modo migliore di affrontare il governo dello stato? Non è nell’esperienza di chiunque che quando il burocrate si attacca al cavillo si ottengono risultati disastrosi? E non ci vogliamo mettere un po’ di umanità, di personalità, di sentimento, che moduli e formulari non fanno altro che allungare a dismisura i tempi e poi non si combina mai niente di buono?

No.

La burocrazia ottusa è ottusa perché è ottusa, non perché è burocrazia. E per burocrazia intendo l’adempimento di un ufficio a qualsiasi livello, dal Presidente della Repubblica al mio postino.

Ciò che rende la burocrazia spesso un mostro è la patologia, non la fisiologia. D’altra parte qualsiasi principio, anche il più condivisibile, portato alla sua estremizzazione è disastroso: dal coinvolgimento diretto della popolazione nelle decisioni politiche alla presenza di Nutella nella dieta.

Ma il rispetto delle forme e l’adempimento formale degli uffici ha invece una sua importanza fondamentale in democrazia, perché sono l’unico modo per rendere l’attività di chi governa trasparente.

Se posso leggere i verbali della commissione che ha stabilito come erogare un finanziamento allora posso anche controllare che il tutto si sia svolto in modo corretto; ma se invece il capo della commissione decide da solo dopo averne parlato con suo cugino durante un week end in barca, magari avrà preso anche la decisione migliore del mondo perché suo cugino è il più saggio dei saggi, ma io non ho nessuna possibilità di verifica.

Dice: ma che te ne importa? Se porto a casa il risultato sono affari miei come lo faccio. In fondo mica sgozzo polli e stupro vergini. Solo che invece di usare barbose e (diciamocelo) inutili fascicoli che non legge nessuno io uso cocktail party e passeggiate a braccetto nel parco della villa. Non è meglio per tutti?

Neanche per idea. Io voglio che tu, nel momento in cui decidi per me, mi fai sapere con chi parli, cosa dici, che dati prendi in considerazione, dove vai e cosa ci fai. Sennò decido io, grazie. I miei genitori hanno deciso per me senza darmi spiegazioni fino a quando la natura ha fatto dipendere la mia sopravvivenza dalla loro cura (e ha messo addosso a loro l’istinto di prendersi cura di me), poi basta anche per loro.

A me non basta che chi mi governa mi assicuri un risultato: pretendo di essere messo in condizione di conoscere esattamente ogni singolo passaggio che ha portato a quel risultato. Perché altrimenti non è più democrazia. In democrazia io eleggo i miei rappresentanti, li controllo e poi, se mi sono piaciuti, li rieleggo. Quella cosa in cui si dice a uno “fai un po’ tu, non voglio sapere come, ma basta che torni vincitore” si chiama dittatura, nel senso dell’antica Roma.

Alle origini non era un istituto repressivo. Poi la parola ha assunto il colore che conosciamo oggi.

Ceterum censeo Silvium Berlusconi esse destitendum